Ho riletto tutti i post prima di rientrare in questo spazio, mi sono riconosciuta e allora mi sono detta: perché no?
Cose da raccontare ne ho tante, piano piano le sciorinerò.
La notizia è che pubblico un nuovo romanzo, uscirà il 29 marzo per Mondadori e si intitola Cara Jo.
Non posso dirvi altro, se lo cercate in rete trovate titolo, autore, editore, mese di uscita, perfino il prezzo ma la copertina ancora no, non è disponibile.
Jo, un nome che è già un indizio per provare a immaginare.
Vi terrò aggiornati.
mercoledì 11 novembre 2015
domenica 7 luglio 2013
SAPORE DI SALE
Luglio è il mese del mare. Si va al mare anche ad Agosto e a Settembre e, non quest'anno, a Giugno. Però, Luglio è il mese che associo al mare, ai bagni subito fuori città. Alla fine degli anni '60 andavamo ai Bagni Europa, io, mia madre, mia sorella, la mia amica Gabriella, sua zia, suo fratello, e suo padre che, paziente, faceva da autista a tutta la comitiva. Mangiavamo uova sode, albicocche, aspettavamo tre ore dal pranzo prima di fare il bagno, avevamo sandali di gomma colorata, ci tuffavamo dalla boa a piattaforma, cantavamo a le canzoni del Disco per l'Estate. Sapore di sale ho cominciato a cantarla qualche anno dopo, quando ho scoperto i cantautori. Sapore di sale, sapore di mare. Non ho pensato a cantarla alla mia bambina, trent'anni dopo, quando è arrivata dall'Etiopia. Era autunno, siamo andati in riva al mare, le abbiamo insegnato tante parole in italiano, quel giorno: mare, spiaggia, sassi, onda, barca, Non sale. Non le ho detto che l'acqua del mare è salata. Non è capitato nemmeno alla scuola materna, ha disegnato il mare, hanno parlato dell'estate ma nessuno le ha detto che l'acqua del mare è salata.
Arriva l'estate, fa caldo, non vedo l'ora di portarla al mare, di insegnarle a nuotare. Io, la mia amica Renata e i nostri bambini prendiamo un treno, scendiamo a Bogliasco. I bambini sono impazienti di buttarsi in acqua, è il primo bagno della stagione, forse si può perfino esprimere un desiderio.
I più grandi si spogliano veloci e corrono verso l'acqua, io trattengo Zene per infilarle i braccioli. Lei mi sfugge e corre dietro agli altri, si tuffano, si tuffa. Non la vedo più. Urlo e corro, io e Renata ci immergiamo, la afferriamo, lei scuote i riccioli. Ora piange, penso, si sarà spaventata, penso, non vorrà più vedere il mare, penso.
Zene apre gli occhi e la bocca : CHI HA MESSO IL SALE? chiede severa.
Arriva l'estate, fa caldo, non vedo l'ora di portarla al mare, di insegnarle a nuotare. Io, la mia amica Renata e i nostri bambini prendiamo un treno, scendiamo a Bogliasco. I bambini sono impazienti di buttarsi in acqua, è il primo bagno della stagione, forse si può perfino esprimere un desiderio.
I più grandi si spogliano veloci e corrono verso l'acqua, io trattengo Zene per infilarle i braccioli. Lei mi sfugge e corre dietro agli altri, si tuffano, si tuffa. Non la vedo più. Urlo e corro, io e Renata ci immergiamo, la afferriamo, lei scuote i riccioli. Ora piange, penso, si sarà spaventata, penso, non vorrà più vedere il mare, penso.
Zene apre gli occhi e la bocca : CHI HA MESSO IL SALE? chiede severa.
giovedì 27 giugno 2013
NUOVO ARRIVO
Tempo, uno spiraglio. Mi infilo in questo spiraglio e riprendo il blog. L'estate è la stagione del blog, almeno per me. E quindi anche per voi, pochi, che mi seguite. Spero non vi annoierete riprendendo a seguirmi, di certo non sono una blogger compulsiva, poco invadente concedetemelo. L'ultimo post è di sei mesi fa.
Un nuovo arrivo nella FAMIGLIA FEMMINILE PLURALE, è femmina, è cane, è nera, ora ha sei mesi, ne aveva tre quando è arrivata, si chiama Alix. E' una cucciola di Cao de Agua,
arriva da casa di un nostro amico portoghese, da una truppa di sette cuccioli ed è un personaggio, si è rapidamente conquistata un posto in famiglia. Scooby, un Golden retrivier di sette anni e Matisse, un gatto rosso di cinque - coppia consolidata di amici - hanno capito subito che la nuova arrivata non era di passaggio. E' bastato uno sguardo, ho avuto la chiara sensazioni di cogliere il loro sospiro rassegnato. Hanno provato a ignorarla per qualche giorno, lei li ha studiati con attenzione poi ha cominciato a esibirsi, a piroettare, a salutarli con entusiasmo, a cercare il loro calore. Scooby ha ceduto per primo- in fondo in fondo si resta sempre un po' cuccioli - ha ricominciato a giocare come sei anni e quindici chili fa. Matisse ha impiegato più tempo, ha avuto bisogno di studiare la situazione in prospettiva, da lontano, dall'alto, dall'angolo della sala e da quello della cucina, dall'albero del giardino e da sotto il divano. Finalmente, in possesso di tutte le informazioni e le misure necessarie, una sera ha proteso una zampa da sotto il divano per colpire con delicatezza una pallina di gomma che è arrivata precisa tra le zampe di Alix distesa poco distante. Signori, hanno inizio le danze! Tra cani ci si rotola come nella lotta greco-romana e tra cani e gatti si gioca a nascondino e a prendimi che poi ti prendo io. Per fortuna poi c'è un divano dove riposare tutti insieme.
I figli vanno e vengono, se ci sono non parlano d'altro che di andare via, il nido si svuota ma noi ci difendiamo riempiendo la cuccia. E complicandoci la vita.
Un nuovo arrivo nella FAMIGLIA FEMMINILE PLURALE, è femmina, è cane, è nera, ora ha sei mesi, ne aveva tre quando è arrivata, si chiama Alix. E' una cucciola di Cao de Agua,
arriva da casa di un nostro amico portoghese, da una truppa di sette cuccioli ed è un personaggio, si è rapidamente conquistata un posto in famiglia. Scooby, un Golden retrivier di sette anni e Matisse, un gatto rosso di cinque - coppia consolidata di amici - hanno capito subito che la nuova arrivata non era di passaggio. E' bastato uno sguardo, ho avuto la chiara sensazioni di cogliere il loro sospiro rassegnato. Hanno provato a ignorarla per qualche giorno, lei li ha studiati con attenzione poi ha cominciato a esibirsi, a piroettare, a salutarli con entusiasmo, a cercare il loro calore. Scooby ha ceduto per primo- in fondo in fondo si resta sempre un po' cuccioli - ha ricominciato a giocare come sei anni e quindici chili fa. Matisse ha impiegato più tempo, ha avuto bisogno di studiare la situazione in prospettiva, da lontano, dall'alto, dall'angolo della sala e da quello della cucina, dall'albero del giardino e da sotto il divano. Finalmente, in possesso di tutte le informazioni e le misure necessarie, una sera ha proteso una zampa da sotto il divano per colpire con delicatezza una pallina di gomma che è arrivata precisa tra le zampe di Alix distesa poco distante. Signori, hanno inizio le danze! Tra cani ci si rotola come nella lotta greco-romana e tra cani e gatti si gioca a nascondino e a prendimi che poi ti prendo io. Per fortuna poi c'è un divano dove riposare tutti insieme.
I figli vanno e vengono, se ci sono non parlano d'altro che di andare via, il nido si svuota ma noi ci difendiamo riempiendo la cuccia. E complicandoci la vita.
domenica 23 dicembre 2012
Racconto n. 1
Ogni cosa al suo posto
Un soffitto con tracce antiche di un affresco, una grande finestra sul giardino quadrato del convento, alberi di limoni, un grande fico al centro. " Lo ha piantato un frate, durante la guerra, almeno così raccontano, è più probabile che sia nato spontaneamente, un seme negli escrementi rilasciati da un uccello di passaggio. La storia del frate è più romantica, è morto, dicono, poco dopo la guerra, era ancora giovane, non ha visto crescere il suo albero, era il frate giardiniere, un ragazzo che non aveva studiato, che era cresciuto in campagna e conosceva i segreti delle piante" la signora dell'agenzia immobiliare sorride, si capisce che la storia le piace ma è incredula, il piccione che evacua un seme di fico la convince di più. L'affitto non è esoso. " Non sanno che farsene di questa casa, sono ricchi, pieni di appartamenti, questo è sfitto da tanto tempo e non vogliono che si degradi, si sa, le case se non sono abitate vanno giù". " Io ci farei un ufficio, uno studio". " Sì, è possibile destinarlo anche a ufficio. Di cosa si occupa?". " Scrivo". " Ah, che bello, e cosa scrive?" chiede condiscendente, si capisce che è incuriosita ma che non crede che scrivere sia un lavoro. Ho la tentazione di risponderle che scrivo manuali di economia per l'università e osservare il cambiamento di espressione sul suo viso. Invece rispondo: " Scrivo romanzi". " Ah, che bello" dice senza cambiare espressione.
Passo il giorno dopo in agenzia a perfezionare il contratto e a prendere le chiavi. " Ho dimenticato di dirle che l'impianto elettrico è a norma di legge, lo avrà notato anche lei ma- fa un sorrisetto - si sa, gli scrittori pensano ad altro. A proposito mi scriva qui un titolo di un suo libro che magari lo compro e lo leggo, poi le dico se mi piace. Sa, io adoro la Mazzantini". Mi porge un post it giallo. " E' brava la Mazzantini - dico mentre scrivo - però , se la adora, non credo che le piaceranno i miei libri". " E perchè?- assume un tono gentile - dicevo così per dire, certo è una scrittrice molto famosa, anche una bella donna, di Non ti muovere ho visto anche il film, mi è piaciuto meno forse perchè..."
" ...aveva già letto il libro" la anticipo. " Sì, è sempre così vero? Comunque ho pianto sul libro e sul film"dice compiaciuta.
Le tracce di affresco sono ali e vesti di angeli e macchie azzurre di un cielo che di sicuro un tempo regalava spazio e respiro alla grande stanza. " Sarebbe da restaurare - osserva il muratore venuto per decidere i pochi lavori che posso permettermi - io ho un amico, onesto, che fa questi interventi"
" Ma no - dico - lasciamolo così, non tocchiamo nulla, prima bisognerebbe informarsi se è sotto tutela, poi ci deve pensare il proprietario, al massimo chiedi al tuo amico se c'è qualche prodotto per fissare la traccia che è rimasta, per impedire che si sbricioli, però, certo, anche questo non dovrebbe essere un problema mio". " L'impianto elettrico è a norma, non lo tocchiamo - dice il muratore - cambiamo i sanitari del bagnetto e verifichiamo gli scarichi, mettiamo un piccolo scaldabagno elettrico e aggiusto questi gradini di ardesia altrimenti finisce che un giorno, magari che piove, entra e scivola, sono antichi ma bisogna sistemarli un po', anche questi ferri che sbarrano la porta sono pesanti, sicuri lo sono, guardi quanto entrano nel muro, però è meglio un altro sistema, come fa a spostare questi ferri ogni volta che ha bisogno di spalancare la porta? Pesano più di lei". Una settimana di lavori, l'ultimo giorno mi presento per pagare il muratore e prendere possesso dello studio. Mi aspetta, in piedi con le braccia conserte, prima ancora di salutarmi accenna con un movimento della testa, una leggera rotazione, a una mensola di ardesia, unico resto forse di una libreria. Un oggetto giallo roseo contrasta sul nero. " Guardi un po'" dice lui. Mi avvicino, osservo l'oggetto, lo prendo, è leggero, sta nel cavo della mia mano, è irregolare, ha una parte che sembra friabile ma al tatto è compatta e ruvida, per il resto è liscio, quasi levigato, ha una parte concava e una bombata, nell'insieme ricorda un frammento di una decorazione a volute. " Dove l'ha trovato? E' una decorazione, stucco, gesso?". "E' un osso" dice.
" Un osso? Ma no!" . " Le dico che è un osso. Cosa crede? Faccio il muratore ma a scuola ci sono andato e le ho viste le ossa umane nel laboratorio di scienze. E' un osso, per essere molto antico dovrebbe essere più calcificato però, magari è del Settecento o dell'Ottocento". Mi rigiro l'oggetto fra le mani, non glielo dico ma io ossa umane non ne ho mai viste, forse non ci andavo al laboratorio di scienze, non mi ricordo. " L'ho trovato mentre smuravo i ferri, ho dovuto rompere il muro e mi è rotolato ai piedi questo". " C'era altro?" . " Ah, io non lo so, ho riempito subito il buco, chiuso tutto, non ne voglio sapere" simula un brivido, non riesce a dissimulare un fondo superstizioso. Rido: " Sa cosa faccio, lo tengo qui come portafortuna dello studio, gli do anche un nome, lo chiamo Cirillo, però lo farò esaminare da un amico medico perché non sono convinta. Le telefonerò il risultato, vedremo chi ha ragione".
Quando arrivano i mobili, Cirillo finisce in un cassetto insieme a matite, penne e oggetti di cancelleria. Le ultime giornate di autunno mi aiutano ad addomesticare il nuovo spazio per la mia scrittura, cambio di continuo posto alla scrivania poi, finalmente, lo trovo, proprio sotto la grande finestra, voglio guardare il grande fico mentre scrivo, ora è spoglio, ritaglia il cielo con i rami, ha il colore freddo dell'inverno che si sente nell'aria. Mi impongo un orario da impiegata, incomincio a scrivere alle nove del mattino, esco dallo studio alle cinque del pomeriggio, ho allestito un piccolo angolo cottura e mi concedo un' ora e mezza di pausa per mangiare e leggere il giornale. Se non riesco a scrivere il romanzo che ho in testa con questa disciplina, penso, non ci riesco più. Mi sono data un tempo, due anni, un investimento nell'affitto di uno spazio solo per scrivere, non più di due anni, se non succederà nulla abbandonerò il campo. Un pomeriggio, una pioggia torrenziale mi blocca in studio dopo le cinque, in attesa di andar via controllo la posta, mi rilasso navigando in Internet. D'improvviso un colpo, penso a un fulmine, uno spostamento d'aria, la luce va via e un odore di bruciato mi aggredisce le narici. Mi alzo di scatto, con la torcia del cellulare mi avvicino alla nicchia del contatore, è spento, è spento anche il salvavita, premo tutte le leve che rispondono molli alla mia pressione. L'odore di bruciato in quel punto è più intenso, non c'è dubbio che sia un cortocircuito. Ispeziono il muro intorno e in alto, tra la nicchia del contatore e la porta d'ingresso vedo una larga macchia nera intorno a una guaina che riveste fili elettrici. Apro la porta, esco nella luce del pianerottolo, suono a un vicino. " Scusi, nel mio studio ci dev'essere un cortocircuito, c'è odore di bruciato, si sente anche da qui, cosa faccio?Chiamo i vigili del fuoco? - chiedo a chi mi ha aperto, un signore di circa cinquant'anni che mi sembra abbia l'aria quasi pentita di aver aperto. " Vengo a vedere" dice, accostandosi la porta alle spalle. Entra, osserva la macchia poi dice: " Non c'è bisogno, il salvavita ha retto, i fili riguardano l'Enel perché sono prima del contatore, bisogna chiamare il loro pronto intervento, è capitato anche a me una volta, magari impiegano un po' ma vengono". Chiamo, aspetto un'ora, arrivano. I fili si sono polverizzati, un'altra ora per un allaccio provvisorio. Mi spiegano qualcosa che capisco poco, comunque la luce torna, il mio computer con tutto il lavoro è intatto, loro torneranno, mi basta.
Racconto a Pier del nuovo studio, dell'osso Cirillo e del cortocircuito, avventure di una scrittrice. " Non ci credo che tu l'abbia chiamato Cirillo pensando che ti porti fortuna". " Perche?". " Cirillo?! Il nemico di Ipazia, il distruttore della biblioteca di Alessandria ! ". Rido però mi impressiona.
Passo dall'agenzia : " Buongiorno, pensavo alla storia del frate e del fico, sa per caso come si chiamava il frate?" . La signora dell'agenzia sorride complice " Mi vuol rubare la storia eh? Vuole metterla nel suo romanzo. Mi dispiace ma non lo so però la storia me l'ha raccontata il sacrestano del convento, chieda a lui, si chiama Genio". Cerco Genio, un uomo vecchio, molto curvo che, a passi lenti, mi accompagna nel giardino quadrato, dall'aiuola del fico vedo la mia finestra, noto che è la più grande e alta su quel lato del palazzo che segna un tratto di perimetro del giardino. " I primi due piani erano tutti del convento - spiega Genio - poi, dopo la guerra, dopo i bombardamenti, quando si è cominciato a ricostruire, c'è stato un parroco che ha ceduto degli spazi come abitazioni per gente che casa non ne aveva più, a poco a poco sono stati inglobati nei palazzi" . " Quella è la finestra del mio studio, l'ho preso in affitto da neanche un mese, c'è pure un soffitto con i resti di un affresco, cos'era, lo sa?". " Quella stanza, insieme ad altre vicine che forse ora fanno parte di altri appartamenti, era la biblioteca del convento, i libri sono andati persi quasi tutti, col bombardamento. Anche questo giardino era pieno di macerie, c'è voluta tutta la tenacia di quel frate di campagna, lo ha fatto rinascere. Come ultimo gesto ha piantato il fico ma non l'ha visto crescere, dopo meno di un anno si è morto sa di una di quelle influenze che c'erano una volta e uccidevano, però il giardino continua a vivere." Facciamo un lento giro del giardino, prima di andarmene gli chiedo. " Come si chiamava il frate?". " Frate Agostino, era un uomo semplice, senza istruzione,si era scelto un nome importante e aveva fatto bene perché era senza istruzione, non senza cultura".
Domenica pomeriggio, Pier con uno scalpello rompe il muro vicino alla porta, poco sotto la macchia di bruciato, io sono pronta con cazzuola e cemento. Una piccola nicchia accoglie l'osso che solennemente, ad alta voce, rinomino Agostino, prima di richiudere con il cemento.
Io e Pier beviamo un bicchiere di vino rosso davanti alla finestra aperta, il freddo ci intirizzisce le dita ma il vino ci scalda. Un uccello zampetta da un ramo all'altro del fico.
Ogni cosa al suo posto
Un soffitto con tracce antiche di un affresco, una grande finestra sul giardino quadrato del convento, alberi di limoni, un grande fico al centro. " Lo ha piantato un frate, durante la guerra, almeno così raccontano, è più probabile che sia nato spontaneamente, un seme negli escrementi rilasciati da un uccello di passaggio. La storia del frate è più romantica, è morto, dicono, poco dopo la guerra, era ancora giovane, non ha visto crescere il suo albero, era il frate giardiniere, un ragazzo che non aveva studiato, che era cresciuto in campagna e conosceva i segreti delle piante" la signora dell'agenzia immobiliare sorride, si capisce che la storia le piace ma è incredula, il piccione che evacua un seme di fico la convince di più. L'affitto non è esoso. " Non sanno che farsene di questa casa, sono ricchi, pieni di appartamenti, questo è sfitto da tanto tempo e non vogliono che si degradi, si sa, le case se non sono abitate vanno giù". " Io ci farei un ufficio, uno studio". " Sì, è possibile destinarlo anche a ufficio. Di cosa si occupa?". " Scrivo". " Ah, che bello, e cosa scrive?" chiede condiscendente, si capisce che è incuriosita ma che non crede che scrivere sia un lavoro. Ho la tentazione di risponderle che scrivo manuali di economia per l'università e osservare il cambiamento di espressione sul suo viso. Invece rispondo: " Scrivo romanzi". " Ah, che bello" dice senza cambiare espressione.
Passo il giorno dopo in agenzia a perfezionare il contratto e a prendere le chiavi. " Ho dimenticato di dirle che l'impianto elettrico è a norma di legge, lo avrà notato anche lei ma- fa un sorrisetto - si sa, gli scrittori pensano ad altro. A proposito mi scriva qui un titolo di un suo libro che magari lo compro e lo leggo, poi le dico se mi piace. Sa, io adoro la Mazzantini". Mi porge un post it giallo. " E' brava la Mazzantini - dico mentre scrivo - però , se la adora, non credo che le piaceranno i miei libri". " E perchè?- assume un tono gentile - dicevo così per dire, certo è una scrittrice molto famosa, anche una bella donna, di Non ti muovere ho visto anche il film, mi è piaciuto meno forse perchè..."
" ...aveva già letto il libro" la anticipo. " Sì, è sempre così vero? Comunque ho pianto sul libro e sul film"dice compiaciuta.
Le tracce di affresco sono ali e vesti di angeli e macchie azzurre di un cielo che di sicuro un tempo regalava spazio e respiro alla grande stanza. " Sarebbe da restaurare - osserva il muratore venuto per decidere i pochi lavori che posso permettermi - io ho un amico, onesto, che fa questi interventi"
" Ma no - dico - lasciamolo così, non tocchiamo nulla, prima bisognerebbe informarsi se è sotto tutela, poi ci deve pensare il proprietario, al massimo chiedi al tuo amico se c'è qualche prodotto per fissare la traccia che è rimasta, per impedire che si sbricioli, però, certo, anche questo non dovrebbe essere un problema mio". " L'impianto elettrico è a norma, non lo tocchiamo - dice il muratore - cambiamo i sanitari del bagnetto e verifichiamo gli scarichi, mettiamo un piccolo scaldabagno elettrico e aggiusto questi gradini di ardesia altrimenti finisce che un giorno, magari che piove, entra e scivola, sono antichi ma bisogna sistemarli un po', anche questi ferri che sbarrano la porta sono pesanti, sicuri lo sono, guardi quanto entrano nel muro, però è meglio un altro sistema, come fa a spostare questi ferri ogni volta che ha bisogno di spalancare la porta? Pesano più di lei". Una settimana di lavori, l'ultimo giorno mi presento per pagare il muratore e prendere possesso dello studio. Mi aspetta, in piedi con le braccia conserte, prima ancora di salutarmi accenna con un movimento della testa, una leggera rotazione, a una mensola di ardesia, unico resto forse di una libreria. Un oggetto giallo roseo contrasta sul nero. " Guardi un po'" dice lui. Mi avvicino, osservo l'oggetto, lo prendo, è leggero, sta nel cavo della mia mano, è irregolare, ha una parte che sembra friabile ma al tatto è compatta e ruvida, per il resto è liscio, quasi levigato, ha una parte concava e una bombata, nell'insieme ricorda un frammento di una decorazione a volute. " Dove l'ha trovato? E' una decorazione, stucco, gesso?". "E' un osso" dice.
" Un osso? Ma no!" . " Le dico che è un osso. Cosa crede? Faccio il muratore ma a scuola ci sono andato e le ho viste le ossa umane nel laboratorio di scienze. E' un osso, per essere molto antico dovrebbe essere più calcificato però, magari è del Settecento o dell'Ottocento". Mi rigiro l'oggetto fra le mani, non glielo dico ma io ossa umane non ne ho mai viste, forse non ci andavo al laboratorio di scienze, non mi ricordo. " L'ho trovato mentre smuravo i ferri, ho dovuto rompere il muro e mi è rotolato ai piedi questo". " C'era altro?" . " Ah, io non lo so, ho riempito subito il buco, chiuso tutto, non ne voglio sapere" simula un brivido, non riesce a dissimulare un fondo superstizioso. Rido: " Sa cosa faccio, lo tengo qui come portafortuna dello studio, gli do anche un nome, lo chiamo Cirillo, però lo farò esaminare da un amico medico perché non sono convinta. Le telefonerò il risultato, vedremo chi ha ragione".
Quando arrivano i mobili, Cirillo finisce in un cassetto insieme a matite, penne e oggetti di cancelleria. Le ultime giornate di autunno mi aiutano ad addomesticare il nuovo spazio per la mia scrittura, cambio di continuo posto alla scrivania poi, finalmente, lo trovo, proprio sotto la grande finestra, voglio guardare il grande fico mentre scrivo, ora è spoglio, ritaglia il cielo con i rami, ha il colore freddo dell'inverno che si sente nell'aria. Mi impongo un orario da impiegata, incomincio a scrivere alle nove del mattino, esco dallo studio alle cinque del pomeriggio, ho allestito un piccolo angolo cottura e mi concedo un' ora e mezza di pausa per mangiare e leggere il giornale. Se non riesco a scrivere il romanzo che ho in testa con questa disciplina, penso, non ci riesco più. Mi sono data un tempo, due anni, un investimento nell'affitto di uno spazio solo per scrivere, non più di due anni, se non succederà nulla abbandonerò il campo. Un pomeriggio, una pioggia torrenziale mi blocca in studio dopo le cinque, in attesa di andar via controllo la posta, mi rilasso navigando in Internet. D'improvviso un colpo, penso a un fulmine, uno spostamento d'aria, la luce va via e un odore di bruciato mi aggredisce le narici. Mi alzo di scatto, con la torcia del cellulare mi avvicino alla nicchia del contatore, è spento, è spento anche il salvavita, premo tutte le leve che rispondono molli alla mia pressione. L'odore di bruciato in quel punto è più intenso, non c'è dubbio che sia un cortocircuito. Ispeziono il muro intorno e in alto, tra la nicchia del contatore e la porta d'ingresso vedo una larga macchia nera intorno a una guaina che riveste fili elettrici. Apro la porta, esco nella luce del pianerottolo, suono a un vicino. " Scusi, nel mio studio ci dev'essere un cortocircuito, c'è odore di bruciato, si sente anche da qui, cosa faccio?Chiamo i vigili del fuoco? - chiedo a chi mi ha aperto, un signore di circa cinquant'anni che mi sembra abbia l'aria quasi pentita di aver aperto. " Vengo a vedere" dice, accostandosi la porta alle spalle. Entra, osserva la macchia poi dice: " Non c'è bisogno, il salvavita ha retto, i fili riguardano l'Enel perché sono prima del contatore, bisogna chiamare il loro pronto intervento, è capitato anche a me una volta, magari impiegano un po' ma vengono". Chiamo, aspetto un'ora, arrivano. I fili si sono polverizzati, un'altra ora per un allaccio provvisorio. Mi spiegano qualcosa che capisco poco, comunque la luce torna, il mio computer con tutto il lavoro è intatto, loro torneranno, mi basta.
Racconto a Pier del nuovo studio, dell'osso Cirillo e del cortocircuito, avventure di una scrittrice. " Non ci credo che tu l'abbia chiamato Cirillo pensando che ti porti fortuna". " Perche?". " Cirillo?! Il nemico di Ipazia, il distruttore della biblioteca di Alessandria ! ". Rido però mi impressiona.
Passo dall'agenzia : " Buongiorno, pensavo alla storia del frate e del fico, sa per caso come si chiamava il frate?" . La signora dell'agenzia sorride complice " Mi vuol rubare la storia eh? Vuole metterla nel suo romanzo. Mi dispiace ma non lo so però la storia me l'ha raccontata il sacrestano del convento, chieda a lui, si chiama Genio". Cerco Genio, un uomo vecchio, molto curvo che, a passi lenti, mi accompagna nel giardino quadrato, dall'aiuola del fico vedo la mia finestra, noto che è la più grande e alta su quel lato del palazzo che segna un tratto di perimetro del giardino. " I primi due piani erano tutti del convento - spiega Genio - poi, dopo la guerra, dopo i bombardamenti, quando si è cominciato a ricostruire, c'è stato un parroco che ha ceduto degli spazi come abitazioni per gente che casa non ne aveva più, a poco a poco sono stati inglobati nei palazzi" . " Quella è la finestra del mio studio, l'ho preso in affitto da neanche un mese, c'è pure un soffitto con i resti di un affresco, cos'era, lo sa?". " Quella stanza, insieme ad altre vicine che forse ora fanno parte di altri appartamenti, era la biblioteca del convento, i libri sono andati persi quasi tutti, col bombardamento. Anche questo giardino era pieno di macerie, c'è voluta tutta la tenacia di quel frate di campagna, lo ha fatto rinascere. Come ultimo gesto ha piantato il fico ma non l'ha visto crescere, dopo meno di un anno si è morto sa di una di quelle influenze che c'erano una volta e uccidevano, però il giardino continua a vivere." Facciamo un lento giro del giardino, prima di andarmene gli chiedo. " Come si chiamava il frate?". " Frate Agostino, era un uomo semplice, senza istruzione,si era scelto un nome importante e aveva fatto bene perché era senza istruzione, non senza cultura".
Domenica pomeriggio, Pier con uno scalpello rompe il muro vicino alla porta, poco sotto la macchia di bruciato, io sono pronta con cazzuola e cemento. Una piccola nicchia accoglie l'osso che solennemente, ad alta voce, rinomino Agostino, prima di richiudere con il cemento.
Io e Pier beviamo un bicchiere di vino rosso davanti alla finestra aperta, il freddo ci intirizzisce le dita ma il vino ci scalda. Un uccello zampetta da un ramo all'altro del fico.
domenica 2 settembre 2012
DIARIO D'AGOSTO 31
Trentuno agosto. Ultimo post ritardatario. Temo che da adesso in poi avrò meno tempo per questo blog. Si torna a casa. L'ultimo giorno di Officina Letteraria ad Apricale sarà ricordato come il giorno dell'arcobaleno tra Apricale e Perinaldo, un arco trionfante che sembrava nascere dal Merdanzo, il fiume del Barone Rampante. La piazza di Apricale lucida di pioggia, tutti i membri della comunità di Officina corrono fuori dal portico e dal bar urlando di stupore e di gioia, con le macchine fotografiche, i cappellini da pioggia, le mantelle e gli ombrelli. E' l'immagine che mi porto a casa, insieme al brindisi per il compleanno di Paolo in biblioteca, alle lacrime di Olimpia, alla cena sotto il portico della Ciassa, stretti stretti perchè da dodici siamo diventati venti, ventuno, ventidue. Qualcuno si è arrampicato fin lassù, ha affrontato i tornanti con la macchina o con la corriera, come Giulia, per riunirsi alla comunità anche solo una sera, quella del reading. Dieci racconti, era la missione del gruppo e alla fine eccoli, da 4000 a 9000 battute spazi inclusi, scritti, rivisti e stampati, letti dagli autori o dalla voce sapiente e roca di Bruno Cereseto. Piove, fa freddo, rinunciamo alla piazza, scegliamo l'Atelier, anche qui stretti, tutti insieme, un po' di apricalesi e gli amici che sono venuti ad ascoltare, i bambini e Andreas, Charlie, Gabriele, Adriano, Roberta, il piccolo Arturo protagonista di un racconto. Mentre il diavolo di Apricale, incontrato da Clara, se la ride e si lascia cullare dal blues di Mauro e Giulia, Isidora riappare al suo amato, un gufo racconta una storia di templari, il saltimbanco torna a cercare Nina, una donna compra una casa e decide di fermarsi per sempre, un'altra scopre il luogo delle mimose e dimentica il fidanzato,una giapponese ritarda il ritorno, un ulivo ricorda un uomo che andava per mare, i gatti parlano- come lo Stregatto, i gatti di Apricale parlano - e temendo d'essere deportati si nascondono in un posto che solo un bambino conosce.
Storie di Apricale, storie ad Apricale.
Storie di Apricale, storie ad Apricale.
giovedì 30 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 29 & 30
Ventinove e trenta agosto. Alla luna manca un frammento, ci avviciniamo al plenilunio. In queste notti la piazza di Apricale invita alla jam session, le chitarre passano di mano in mano, salta fuori un'armonica, chi ascolta lo fa con tutto il corpo, mi aspetto che qualcuno non resista e si alzi per ballare, forse accadrà per il plenilunio. Giornate noir, il laboratorio di Officina è condotto da Bruno Morchio, anche chi non ama il genere si cimenta e lo fa con onore. Pomeriggi alla Perec, esauriamo il luogo dai nostri punti di osservazione, registriamo i micro avvenimenti: un casco giallo posato su un tavolino, signora in beige che scende in piazza e passa davanti all'oratorio di San Bartolomeo, cane nero al guinzaglio, uomo con la macchina fotografica, l'ape verde della spazzatura, vecchio con cappellino e bastone, bambini che si consultano intorno a una pozzanghera, giovane donna incinta seduta sulla panchina di pietra a lato della porta del Municipio. Esauriamo il luogo per impadronircene e portarlo via ora che siamo quasi alla fine delle ferie. Sere leggermente alcoliche, il bianco della Ciassa è fresco e gradevole, scopriamo che è un moscato portato al termine della fermentazione, informazione che arricchisce la nostra cultura ma non fondamentale. Il bianco va giù che è un piacere, questo basta.
mercoledì 29 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 27 & 28
Ventisette e Ventotto agosto. Arrivati. Sono dieci, sono i corsisti di Officina Letteraria. Sono in paese da due giorni e già il paese ne parla. Ognuno di loro è stato abbinato a un apricalese che lo aiuti a entrare nella storia, nello spirito del luogo, che lo avvicini ad una esperienza di vita. Si incontrano al bar della Ciassa e parlano davanti a un caffè o a un bicchiere di bianco, vanno in visita in casa e parlano servendosi di un biscotto e un dito di liquore, sfogliano album di fotografie, scoprono orti e serre, frasi incise nella pietra, soprattutto ascoltano storie.
Claudia e io, da oggi anche Bruno. La biblioteca è la nostra officina ad Apricale, leggiamo, smontiamo testi, scriviamo, fantastichiamo e ci misuriamo con una disciplina che, giorno dopo giorno, ci porterà a un racconto, una storia nata qui.
Come nascono le storie? Al tavolino vicino a noi una coppia di tedeschi legge, studia, osserva il paesaggio in silenzio, lui è magro e gentile, lei sorride ma spesso è assorta ed è androgina, elegante, bella. Ci sembra che scriva parole e note su un foglio e canticchi tra sé, sarà una cantante, pensiamo, lui forse il suo impresario. fidanzati o amanti. Lei si gira e sorride, ci saluta, si accorge che la osserviamo. Claudia le scatta una foto. La sera nell'Atelier si canta il blues, la ragazza che parla con i muri e l'uomo scanner si trasformano in un duo affiatato e raffinato, la chitarra passa di mano in mano, un ragazzo suona musica calda del sud, una giovane studiosa polacca canta con accento calabrese e poi in perfetto francese, cantiamo tutti De Andrè, lui ci accompagnerà sempre. Renato, che non è uno scrittore e preferisce la realtà all'immaginazione, attacca discorso con i due tedeschi, fa amicizia e il romanzo finisce: sono due graphic designer di Berlino, lui è anche chitarrista e si sforza di parlare italiano. Non so come sia accaduto ma, ad un certo punto, cantiamo tutti insieme e cantiamo l' Internazionale. I due tedeschi cantano a squarciagola, qualcuno canta con il pugno alzato. Serata blues ad Apricale.
Claudia e io, da oggi anche Bruno. La biblioteca è la nostra officina ad Apricale, leggiamo, smontiamo testi, scriviamo, fantastichiamo e ci misuriamo con una disciplina che, giorno dopo giorno, ci porterà a un racconto, una storia nata qui.
Come nascono le storie? Al tavolino vicino a noi una coppia di tedeschi legge, studia, osserva il paesaggio in silenzio, lui è magro e gentile, lei sorride ma spesso è assorta ed è androgina, elegante, bella. Ci sembra che scriva parole e note su un foglio e canticchi tra sé, sarà una cantante, pensiamo, lui forse il suo impresario. fidanzati o amanti. Lei si gira e sorride, ci saluta, si accorge che la osserviamo. Claudia le scatta una foto. La sera nell'Atelier si canta il blues, la ragazza che parla con i muri e l'uomo scanner si trasformano in un duo affiatato e raffinato, la chitarra passa di mano in mano, un ragazzo suona musica calda del sud, una giovane studiosa polacca canta con accento calabrese e poi in perfetto francese, cantiamo tutti De Andrè, lui ci accompagnerà sempre. Renato, che non è uno scrittore e preferisce la realtà all'immaginazione, attacca discorso con i due tedeschi, fa amicizia e il romanzo finisce: sono due graphic designer di Berlino, lui è anche chitarrista e si sforza di parlare italiano. Non so come sia accaduto ma, ad un certo punto, cantiamo tutti insieme e cantiamo l' Internazionale. I due tedeschi cantano a squarciagola, qualcuno canta con il pugno alzato. Serata blues ad Apricale.
lunedì 27 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 26
Ventisei agosto. Il temporale ha rinfrescato, la pioggia ha lavato il paesaggio, ci crogioliamo al sole in piazza finalmente senza il bisogno di ombra. La signora Rita che ha settantuno anni e tutte le mattine va " a fare la campagna" con un abito azzurro di cotone e il cavagno sulla testa, ha potuto prendersi un giorno di vacanza, anche se, dice, la pioggia non è stata sufficiente nemmeno per scendere sotto le foglie delle piante. Di solito la vedo dalla mia finestra, parte poco dopo i rintocchi delle sette, imbocca il sentiero segnato e poi comincia salire tra le fasce seguendo una mulattiera scomparsa ma che lei conosce, fin da bambina.Sale con lentezza, addolcisce la salita disegnando molte curve, una mano sul fianco.La vedo scomparire in una macchia di ulivi e poi scorgo l'azzurro del vestito più su, si ferma dov'è una casa in pietra, lavora e dopo mezz'ora riparte, si inerpica fino a un'altra casa in direzione di una cisterna. Quando il sole comincia a bruciare lei è già in piazza, davanti alla porta della chiesa, con le braccia conserte. " La vedo, lo sa? La vedo dalla finestra, tutte le mattine" " Ah si?Meno male che qualcuno mi guarda, sono sempre sola, ora mi sento un po' meno sola se qualcuno mi controlla". Le prometto che la saluterò sventolando un tovagliolo come faceva mia nonna quando ero bambina e andavamo in montagna, passavamo col treno davanti a casa sua a Sestri Ponente e lei era là, salutava con un tovagliolo bianco. Io ero contenta.
sabato 25 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 24 & 25
Ventiquattro e venticinque agosto. Il mondo gira intorno al piccolo Arturo. La ragazza burattinaia sembra una donna degli altopiani d'Africa, corre leggera con il bimbo sulla schiena, sale e scende di continuo la via San Bartolomeo, attraversa la piazza, più e più volte al giorno.
Il paese aspetta che Arturo cammini, sta quasi per compiere un anno e le sue energie stanno aumentando, urla per chiamare i bambini che giocano in piazza, sembra che dica ehi aspettatemi, vengo anch'io!.
La ragazza che parla con i muri e l'uomo scanner se lo mangiano con gli occhi, inventano scherzi buffi, si vede che fantasticano, che attraverso Arturo sperimentano un desiderio.
Ricordo quando anche per me era così. Ora il mio desiderio ha subito la metamorfosi degli anni senza perdere freschezza, soltanto che, grazie ad Arturo, posso fantasticare su quando sarò nonna.
Un giorno, quando ero al liceo, un mio professore - che era di queste parti, di Perinaldo - ci ha annunciato d'essere diventato nonno per la seconda volta "ragazzi, sappiate che l'amore per il nipote è molto più grande dell'amore per il figlio, perché contiene l'amore per il figlio più l'amore per il nipote". Un amore raddoppiato.
In paese c'è un nonno che ha scritto la storia della famiglia in sei copie, per i figli e per i quattro nipoti e ai suoi nipotini più piccoli racconta la leggenda dei nomi dei paesi della valle. Rinaldo, paladino di Francia, col suo cavallo Baiardo, si trovava su un monte quando gli muore il cavallo, allora lo seppellisce e dice " questo posto si chiamerà Baiardo". Prosegue a piedi e quando si riposa dice qui sono venuto a piedi quindi questo posto si chiamerà PeRinaldo, proseguendo trova un borgo con un castello e tutte le porte chiuse, chiama per farsi aprire, bussa Apricalle! Apricalle! Scendendo si ferma in un posto dove gli danno da mangiare e poiché il luogo sembra un'isola sul fiume sceglie il nome Isolabuona, più giù trova un campo di papaveri e dice questo è Camporosso, arriva al confine con la Francia e guardandosi indietro dice " ho percorso Venti miglia".
La piazza aspetta che Arturo cammini, che scopra il mondo, che nomini i luoghi, le persone, le cose.
Il paese aspetta che Arturo cammini, sta quasi per compiere un anno e le sue energie stanno aumentando, urla per chiamare i bambini che giocano in piazza, sembra che dica ehi aspettatemi, vengo anch'io!.
La ragazza che parla con i muri e l'uomo scanner se lo mangiano con gli occhi, inventano scherzi buffi, si vede che fantasticano, che attraverso Arturo sperimentano un desiderio.
Ricordo quando anche per me era così. Ora il mio desiderio ha subito la metamorfosi degli anni senza perdere freschezza, soltanto che, grazie ad Arturo, posso fantasticare su quando sarò nonna.
Un giorno, quando ero al liceo, un mio professore - che era di queste parti, di Perinaldo - ci ha annunciato d'essere diventato nonno per la seconda volta "ragazzi, sappiate che l'amore per il nipote è molto più grande dell'amore per il figlio, perché contiene l'amore per il figlio più l'amore per il nipote". Un amore raddoppiato.
In paese c'è un nonno che ha scritto la storia della famiglia in sei copie, per i figli e per i quattro nipoti e ai suoi nipotini più piccoli racconta la leggenda dei nomi dei paesi della valle. Rinaldo, paladino di Francia, col suo cavallo Baiardo, si trovava su un monte quando gli muore il cavallo, allora lo seppellisce e dice " questo posto si chiamerà Baiardo". Prosegue a piedi e quando si riposa dice qui sono venuto a piedi quindi questo posto si chiamerà PeRinaldo, proseguendo trova un borgo con un castello e tutte le porte chiuse, chiama per farsi aprire, bussa Apricalle! Apricalle! Scendendo si ferma in un posto dove gli danno da mangiare e poiché il luogo sembra un'isola sul fiume sceglie il nome Isolabuona, più giù trova un campo di papaveri e dice questo è Camporosso, arriva al confine con la Francia e guardandosi indietro dice " ho percorso Venti miglia".
La piazza aspetta che Arturo cammini, che scopra il mondo, che nomini i luoghi, le persone, le cose.
venerdì 24 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 22 & 23
Ventidue e ventitre agosto. Questo post potrebbe essere intitolato Persone. Un amico di Apricale emigrato negli Stati Uniti, da quando è in pensione trascorre sei mesi ad Apricale e sei mesi in una città dell'Indiana che è ormai la città della sua numerosa famiglia. Viene con sua moglie, sistemano la casa dei nonni, lui recupera la memoria del passato, lei migliora l'italiano. Ci propone un doppio aperitivo, appuntamento in piazza alle diciotto, la prima tappa a casa sua, chiacchiere, racconti, vino e stuzzichini, la seconda tappa a casa nostra, stesso format. La sua casa è piena di storia, una casa medievale nella parte più antica del borgo, i mobili dei nonni e dei genitori, le fotografie di tre generazioni. Il suo racconto è pieno dello spirito di un grande paese, con tutte le contraddizioni che conosciamo ma che è diverso vivere ogni giorno, dice di non aver mai perduto l'accento italiano e di essere stato a volte discriminato per questo, dice di aver avuto grandi opportunità anche senza ver studiato, di aver conquistato posti di responsabilità con la qualità del suo lavoro, delle competenze acquisite strada facendo. Mi viene in mente che, quando ero una ragazzina, questo è sempre stato il mito di mia madre, si entra come correttore di bozze e si diventa direttore del giornale, si entra come impiegato e si diventa amministratore delegato, poi ha smesso di dirlo. Raccontiamo del nostro viaggio in Etiopia, i nostri amici sono curiosi, presto avranno due nipotine adottive dal Congo. Qui, ad Apricale, si beve il Rossese o un bianco fruttato che va giù " fino alle unghie dei piedi" dice uno degli ultimi vecchi, seduto in piazza al fresco. A metà del racconto il nostro amico dà lo stop, si parte per la seconda tappa. Ci inerpichiamo fino in cima alla via San Bartolomeo, man mano che si sale le case sono più giovani, il paese si è esteso sulla collina nell'Ottocento e nel primo Novecento, mantenendo il carattere identitario più forte, la pietra. La nostra casa ha molte finestre, è piena di vento, guarda il paese dall'alto, la casa giusta per chi non ha radici qui e può avendo il paese sempre davanti allenarsi a osservare e riconoscerne i lineamenti, chi è nato qui non ha bisogno di guardarlo, lo conosce a memoria, potrebbe disegnarlo con un bastoncino sulla polvere delle antiche mulattiere. Altro giro di vinello, altro spuntino,il racconto continua.Ci rivedremo tar un anno. Cerco personaggi per i dieci partecipanti al laboratorio di Officina Letteraria che stanno per arrivare. Mi siedo vicino al vecchio signore, quasi novanta, sul sedile di pietra della piazza faccio un viaggio nel tempo e nello spazio, quando ad Apricale ci si spostava solo a piedi per andare a lavorare una settimana a Nizza, ci si metteva un giorno, invece quelli di Perinaldo andavano a Marsiglia e ce ne mettevano anche due o tre. Nelle chiese si pregava per propiziare la pioggia, ascolto la storia del nonno garibaldino che non sapeva leggere però era informato perchè sulla piazza il maestro leggeva Il Caffaro ad alta voce. Ascolto la storia di una gioventù che lavorava, che andava a spaccare legna, dopo aver lavorato gli orti, per le sigarette e ogni tanto la casa di tolleranza. Ride, il vecchio signore, ha un cappellino di paglia alla francese, con la mezza visiera, si appoggia al bastone con le due mani e si piega in vanti per ridere pensando a quando comprava una scatola di fiammiferi al giorno per vedere la ragazza che gli piaceva che lavorava nella tabaccheria. Sospira ricordando una fidanzata del tempo di guerra, scuote la testa pensando a quello che non riesce a capire del tempo presente. Guardi, dice, da quando i preti vestono da uomini, hanno cambiato l'ora e hanno tolto le case di tolleranza, non si capisce più niente. Vorrei replicare poi guardo il suo viso segnato dal tempo e lascio perdere però gli dico non è tutto così brutto il tempo d'oggi. Ha ragione, dice, infatti io amo ancora la vita e voglio godermela fino all'ultimo.
mercoledì 22 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 21
Ventuno agosto. Per ragioni che non sto a spiegare, quest'anno il riposo è forzato, non soltanto cercato e scelto come in altre occasioni. E' stata necessaria una scelta drastica: niente auto, niente giri fuori dal paese, niente corse al mare. Una scoperta. Intanto, il silenzio, il tempo per noi stessi e per gli altri, il tempo per la lettura e la scrittura. Mi muovo in un raggio limitato, quindi mi addentro, vado in profondità, miglioro la mia capacità di osservazione. Scendo la via San Bartolomeo, guardo un portone con il battachio a manina, guardo un portone con una vetrata policroma, guardo la porta di una cantina con una breccia per lasciar passare una gatta nera e grigia, guardo in alto una decorazione natalizia dimenticata, penso a Perec e al suo Tentativo di esaurire un luogo parigino. Salgo la via San Bartolomeo e guardo le finestre, una ha una pianta finta di petunie, un'altra ha una zanzariera bianca, una lascia vedere un soffitto affrescato azzurro. Scendo e salgo più vokte al giorno. Penso sempre a Perec. Sarà una fissazione. Ci sono stata davvero una volta nella Place St. Sulpice e ho riconosciuto tutto quello che c'è nel libro. Il libro di Perec che preferisco però è un altro, si intitola Specie di spazi, alla fine Perec dice che non ce la fa a pensare alla campagna perchè in fondo è un'utopia, un'idea, per lui non esiste, il suo habitat è la città. Anch'io la penso così e allora utilizzando un altro titolo di un famoso libro ( Chatwin) dovrei chiedermi Che ci faccio qui?. Ma, in fondo, Apricale non è proprio campagna, è una minuscola città medievale, lo scenario giusto per un racconto di Calvino. Allora lo so che ci faccio qui. Immagino. Scendo la via San Bartolomeo e immagino, nel mio forzato riposo, un personaggio al confino in un borgo medievale. Salgo la via San Bartolomeo e immagino una donna amica di un famoso pittore francese. Lo spazio si dilata, ben oltre Apricale.
martedì 21 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 20
Venti agosto. Ho incominciato a leggere un saggio di Duccio Demetrio sul silenzio e la scrittura. Il silenzio è un compagno esigente, talvolta scomodo, per alcuni irritante, per altri necessario.
L'autore ci invita a interrogarci sul nostro rapporto col silenzio, a ricercare nella memoria situazioni e momenti di silenzio e le mostre sensazioni, i nostri sentimenti in quelle situazioni.
Rompete il silenzio ascoltando musica? Io sì, talvolta.
Il silenzio nella mia storia. Mi viene in mente il silenzio di mia madre, in attesa di qualcosa, un silenzio abitato da una preoccupazione che non capivo ma che percepivo come un oggetto ingombrante in una stanza buia. Mi viene in mente il silenzio tra le montagne tante volte, al mattino presto, il silenzio di mio nonno che da un certo punto della sua vecchiaia non ha più parlato, il silenzio nel quale ascoltavo il sonno del mio bambino appena nato, il silenzio che costruivo, un silenzio avvolgente e morbido per accogliere i racconti dei miei bambini arrivati da un altro mondo, il silenzio della fine di un amore, di più di un amore, quando ormai non c'è più nulla da aggiungere nè da togliere, il silenzio di molte notti, in posti diversi, in tempi diversi, il silenzio di cui ho bisogno quando scrivo,il silenzio dell'aula del liceo quando il professore di greco guardava il registro, silenzi pesanti alle manifestazioni, silenzi grevi ai funerali, il silenzio condiviso e il silenzio che divide, silenzi di disapprovazione, di disappunto, di rabbia, di commozione, silenzi disperati, silenzi necessari per godere di una profondità.
Un elenco infinito che si aggiunge ad altri possibili elenchi infiniti, quelli degli altri, i vostri, provate a pensarci.
Quest'afa di agosto opprime ma regala silenzi di angoli in ombra, di pomeriggi a persiane socchiuse, di
notti insonni a guardare le stelle o a leggere un libro sul silenzio.
L'autore ci invita a interrogarci sul nostro rapporto col silenzio, a ricercare nella memoria situazioni e momenti di silenzio e le mostre sensazioni, i nostri sentimenti in quelle situazioni.
Rompete il silenzio ascoltando musica? Io sì, talvolta.
Il silenzio nella mia storia. Mi viene in mente il silenzio di mia madre, in attesa di qualcosa, un silenzio abitato da una preoccupazione che non capivo ma che percepivo come un oggetto ingombrante in una stanza buia. Mi viene in mente il silenzio tra le montagne tante volte, al mattino presto, il silenzio di mio nonno che da un certo punto della sua vecchiaia non ha più parlato, il silenzio nel quale ascoltavo il sonno del mio bambino appena nato, il silenzio che costruivo, un silenzio avvolgente e morbido per accogliere i racconti dei miei bambini arrivati da un altro mondo, il silenzio della fine di un amore, di più di un amore, quando ormai non c'è più nulla da aggiungere nè da togliere, il silenzio di molte notti, in posti diversi, in tempi diversi, il silenzio di cui ho bisogno quando scrivo,il silenzio dell'aula del liceo quando il professore di greco guardava il registro, silenzi pesanti alle manifestazioni, silenzi grevi ai funerali, il silenzio condiviso e il silenzio che divide, silenzi di disapprovazione, di disappunto, di rabbia, di commozione, silenzi disperati, silenzi necessari per godere di una profondità.
Un elenco infinito che si aggiunge ad altri possibili elenchi infiniti, quelli degli altri, i vostri, provate a pensarci.
Quest'afa di agosto opprime ma regala silenzi di angoli in ombra, di pomeriggi a persiane socchiuse, di
notti insonni a guardare le stelle o a leggere un libro sul silenzio.
lunedì 20 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 19
Diciannove agosto. Ad Apricale c'è l'Atelier con gli artisti, c'è una bella vetreria d'arte, per dieci giorni l'anno, in agosto, da più di vent'anni c'è il Teatro della Tosse. Non c'è altro, non ci sono i negozietti di bigiotteria artigiana, di ceramica, non c'è un negozio di abbigliamento, ci sono due Commestibili , non c'è un ferramenta, c'è la farmacia, non c'è una merceria, c'è un tabacchino con la rivendita di giornali dove puoi trovare anche un libro, un paio di calze, un souvenir, c'è un falegname che fabbrica allegre cassette della posta decorate da sua moglie Annalisa. Ad Apricale è d'obbligo l'auto o la moto, dicono, se serve qualcosa, se c'è un'emergenza, se si vuole andare un po' in giro l'auto serve.
Noi quest'anno siamo venuti senza auto, ci ha accompagnato un amico e al ritorno prenderemo la corriera e poi il treno. Viviamo liberi da esigenze, compriamo il giornale, compriamo da mangiare lo stretto indispensabile, abbiamo un po' di libri, un e-reader, un portatile e tanta buona musica. Niente televisione, ascoltiamo la radio. Nel paese vicino, se ne abbiamo voglia, andiamo con la corriera. Però la piazza di Apricale ci soddisfa e ci basta.
Gemma mi racconta che nel 1966 aveva sedici anni e lavorava in un laboratorio di maglieria a Camporosso, più di dieci ore al giorno, pagata un tanto al pezzo. Il laboratorio produceva venticinque pezzi al giorno. Una pausa per mangiare un pentolino di minestra della sera prima portato da casa, Andava e tornava con la corriera. Era la più brava, dice una sua amica che allora aveva quattordici anni, le trecce, le greche, tutti i motivi più difficili li facevano fare a lei. Sì però, dice Gemma, non sono mai riuscita ad arrivare a guadagnare trentamila lire al mese come avrei voluto.
La piazza di Apricale mi soddisfa e mi basta.
Noi quest'anno siamo venuti senza auto, ci ha accompagnato un amico e al ritorno prenderemo la corriera e poi il treno. Viviamo liberi da esigenze, compriamo il giornale, compriamo da mangiare lo stretto indispensabile, abbiamo un po' di libri, un e-reader, un portatile e tanta buona musica. Niente televisione, ascoltiamo la radio. Nel paese vicino, se ne abbiamo voglia, andiamo con la corriera. Però la piazza di Apricale ci soddisfa e ci basta.
Gemma mi racconta che nel 1966 aveva sedici anni e lavorava in un laboratorio di maglieria a Camporosso, più di dieci ore al giorno, pagata un tanto al pezzo. Il laboratorio produceva venticinque pezzi al giorno. Una pausa per mangiare un pentolino di minestra della sera prima portato da casa, Andava e tornava con la corriera. Era la più brava, dice una sua amica che allora aveva quattordici anni, le trecce, le greche, tutti i motivi più difficili li facevano fare a lei. Sì però, dice Gemma, non sono mai riuscita ad arrivare a guadagnare trentamila lire al mese come avrei voluto.
La piazza di Apricale mi soddisfa e mi basta.
domenica 19 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 18
Diciotto agosto. Incomincio la giornata leggendo della condanna delle Pussy Riot, osservo le loro belle facce nella fotografia a colori, la maglietta azzurra con la scritta No PASARAN della più giovane mi intenerisce. Le Pussy Riot hanno l'età dei miei figli, i genitori di una di loro avevano comprato un mazzo di fiori pensando di festeggiare una sentenza favorevole, il padre di un'altra non si dà per vinto, paga gli avvocati, vuole andare avanti, vuol tirar fuori la sua ragazza da quell'inferno, il marito della più giovane deve pensare al loro bambino di quattro anni ma pensa anche alla rivoluzione, dobbiamo farla per cambiare questo paese, non c'è scelta, dice correndo il rischio di esser subito incriminato per dissidenza, chi si occuperebbe del bambino?
Le Pussy Riot hanno l'aria d'esser delle rivoluzionarie per caso, qualcuno lo sostiene in un'analisi, però hanno il contegno di chi, investito dal caso e dal destino, sa reggerne l'urto.
Nella fotografia su Repubblica si vedono ingigantite in primissimo piano le mani di una poliziotta, tenute l'una nell'altra dietro la schiena, posizione di riposo, noto le unghie smaltate di rosso. Riguardo la maglietta della più giovane con la scritta gialla NO PASARAN, chissà se in carcere, ora che è stata condannata, gliela lasceranno o gliela strapperanno con le unghie. Maglietta dissidente.
La mostra nel Castello è il risultato del lavoro della piccola comunità dell'Atelier, non c'è molta gente, gran parte dei turisti e anche dei paesani è già appostata per il fuochi d'artificio di Dolceacqua. C'è tempo, la mostra durerà, subirà delle modificazioni, si aggiungeranno artisti. Non abbiamo fretta.
Alla ragazza che accarezza i muri potrei cambiare nome, potrebbe diventare la ragazza che parla ai muri. Ha raccontato che alla scuola elementare finiva sempre in un banco faccia la muro perché chiacchierava troppo e osservava il muro, le crepe sottili dell'intonaco, le scrostature, le grossolane stuccature sottostanti, tipiche dei muri delle scuole, alla fine ha sviluppato una relazione con i muri che, nel lavoro artistico, è riaffiorata.
Anche il suo compagno è un artista, è un uomo scanner, scannerizza tutto, i polpi, le cicale, le piante, gli ortaggi, i granchi, l'ape. Non gli bastano gli scanner in commercio quindi ne costruisce di nuovi, più grandi, adatti alla sua pratica.
Lei ha esposto i suoi quadri/muro, lui un calamaro gigante.
MURO e CALAMARO. Gianni Rodari ne avrebbe fatto un binomio fantastico. Il calamaro sul muro. Il calamaro nel muro. Il calamaro sotto il muro. Il calamaro dietro il muro. Il muro del calamaro. E così via, tutte storie possibili.
Bisognerebbe scrivere storie per due anni, settecentotrenta binomi fantastici per il bambino della più giovane Pussy Riot.
Le Pussy Riot hanno l'aria d'esser delle rivoluzionarie per caso, qualcuno lo sostiene in un'analisi, però hanno il contegno di chi, investito dal caso e dal destino, sa reggerne l'urto.
Nella fotografia su Repubblica si vedono ingigantite in primissimo piano le mani di una poliziotta, tenute l'una nell'altra dietro la schiena, posizione di riposo, noto le unghie smaltate di rosso. Riguardo la maglietta della più giovane con la scritta gialla NO PASARAN, chissà se in carcere, ora che è stata condannata, gliela lasceranno o gliela strapperanno con le unghie. Maglietta dissidente.
La mostra nel Castello è il risultato del lavoro della piccola comunità dell'Atelier, non c'è molta gente, gran parte dei turisti e anche dei paesani è già appostata per il fuochi d'artificio di Dolceacqua. C'è tempo, la mostra durerà, subirà delle modificazioni, si aggiungeranno artisti. Non abbiamo fretta.
Alla ragazza che accarezza i muri potrei cambiare nome, potrebbe diventare la ragazza che parla ai muri. Ha raccontato che alla scuola elementare finiva sempre in un banco faccia la muro perché chiacchierava troppo e osservava il muro, le crepe sottili dell'intonaco, le scrostature, le grossolane stuccature sottostanti, tipiche dei muri delle scuole, alla fine ha sviluppato una relazione con i muri che, nel lavoro artistico, è riaffiorata.
Anche il suo compagno è un artista, è un uomo scanner, scannerizza tutto, i polpi, le cicale, le piante, gli ortaggi, i granchi, l'ape. Non gli bastano gli scanner in commercio quindi ne costruisce di nuovi, più grandi, adatti alla sua pratica.
Lei ha esposto i suoi quadri/muro, lui un calamaro gigante.
MURO e CALAMARO. Gianni Rodari ne avrebbe fatto un binomio fantastico. Il calamaro sul muro. Il calamaro nel muro. Il calamaro sotto il muro. Il calamaro dietro il muro. Il muro del calamaro. E così via, tutte storie possibili.
Bisognerebbe scrivere storie per due anni, settecentotrenta binomi fantastici per il bambino della più giovane Pussy Riot.
sabato 18 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 17
Diciassette agosto. La piazza di Apricale è una terrazza affacciata sul verde, una postazione per osservare il crinale su cui è posato il paese di Perinaldo. Sedendosi sul sedile di pietra formato dal muretto che segna parte del perimetro della piazza, il punto di vista cambia e si rivolge alla gente, agli incontri, ai passaggi. Sedendosi invece ai lati della porta dell'Oratorio di San Bartolomeo, appena sopra la piazza, all'inizio della via San Bartolomeo, si gode di una visuale simile a quella che si ha dal loggione di un teatro. Altrimenti si può salire fino alla parrocchiale, anche lì, sul sagrato, si trova un sedile di pietra e si guarda dall'alto oppure, affrontando un altro pezzo di salita, si può entrare nel giardino del Castello della Lucertola e da lassù guardare la piazza come se la si sorvolasse, mi piace pensare, con una mongolfiera.
Aiuto la ragazza burattinaia ad allestire una mostra nel salone di pietra del castello, l'afa del pomeriggio ci opprime, apriamo le finestre su voli di rondini, sono vicine, forse hanno i nidi tra le pietre antiche del castello.
Un tempo io e la ragazza burattinaia eravamo insegnante e allieva, quando io ero giovane e, pur nel mio ruolo di docente, ero anch'io una ragazza dell'Accademia. Ora siamo due donne, di età diversa, che in un pomeriggio di estate si raccontano pezzi di vita. Mio marito dice, ragionando sulla differenza di età che con il tempo viene percepita diversamente: " Con il tempo la differenza resta costante ma il rapporto tende a uno". Riflessioni di un matematico in un pomeriggio di agosto, un bel titolo per un racconto.
La casa della ragazza burattinaia è sempre piena di gente e di bambini, incontro altre ragazze che hanno studiato all'accademia, scenografe, decoratrici, costumiste. Ora che la ragazza burattinaia vive qui, ogni tanto imboccano la strada a tornanti e poi camminano a piedi, con i bambini sulle spalle per stare insieme qualche giorno, per andare al fiume e camminare lente, vivere lente.
Lentezza, mi viene in mente un bel libro di Kundera. Non tutti amano Kundera, alcuni lo hanno letto, amato e poi abbandonato, io continuo a pensarlo come un autore straordinario. Forse perchè mi piace Bacon, c'è un'affinità tra Bacon e Kundera, hanno in comune una specie di estetica del dolore. Infatti, conservo un articolo che Kundera ha scritto su Bacon, tutti gli anni lo leggo agli studenti nuovi che ne sono sempre molto colpiti.
Una sera senza scendere in piazza, spalanchiamo tutte le finestre e anche la porta, l'aria è ferma, un uccello manda dal buio un verso ripetitivo. Ascoltiamo musica classica. Forse siamo incapaci di reggere a lungo il silenzio rotto solo dal verso inquietante di un uccello?
Aiuto la ragazza burattinaia ad allestire una mostra nel salone di pietra del castello, l'afa del pomeriggio ci opprime, apriamo le finestre su voli di rondini, sono vicine, forse hanno i nidi tra le pietre antiche del castello.
Un tempo io e la ragazza burattinaia eravamo insegnante e allieva, quando io ero giovane e, pur nel mio ruolo di docente, ero anch'io una ragazza dell'Accademia. Ora siamo due donne, di età diversa, che in un pomeriggio di estate si raccontano pezzi di vita. Mio marito dice, ragionando sulla differenza di età che con il tempo viene percepita diversamente: " Con il tempo la differenza resta costante ma il rapporto tende a uno". Riflessioni di un matematico in un pomeriggio di agosto, un bel titolo per un racconto.
La casa della ragazza burattinaia è sempre piena di gente e di bambini, incontro altre ragazze che hanno studiato all'accademia, scenografe, decoratrici, costumiste. Ora che la ragazza burattinaia vive qui, ogni tanto imboccano la strada a tornanti e poi camminano a piedi, con i bambini sulle spalle per stare insieme qualche giorno, per andare al fiume e camminare lente, vivere lente.
Lentezza, mi viene in mente un bel libro di Kundera. Non tutti amano Kundera, alcuni lo hanno letto, amato e poi abbandonato, io continuo a pensarlo come un autore straordinario. Forse perchè mi piace Bacon, c'è un'affinità tra Bacon e Kundera, hanno in comune una specie di estetica del dolore. Infatti, conservo un articolo che Kundera ha scritto su Bacon, tutti gli anni lo leggo agli studenti nuovi che ne sono sempre molto colpiti.
Una sera senza scendere in piazza, spalanchiamo tutte le finestre e anche la porta, l'aria è ferma, un uccello manda dal buio un verso ripetitivo. Ascoltiamo musica classica. Forse siamo incapaci di reggere a lungo il silenzio rotto solo dal verso inquietante di un uccello?
venerdì 17 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 16
Sedici agosto. Il sedici agosto penso sempre a mia nonna. Il sedici agosto era il suo compleanno, la sua seconda festa di compleanno, infatti era nata un giorno di luglio ma era stata registrata quasi un mese dopo e sulla carta d'identità risultava la data della registrazione sedici agosto millenovecento. Fin da ragazza festeggiava le due date, naturalmente si aspettava due regali.
Le ragazze dell'Accademia hanno avuto una giornata movimentata, c'era da allestire la mostra e da preparare tutto perchè la ragazza scultore parte, ritorna al mare da dove è venuta, dove c'è un campo con alberi da frutto, lo spazio per scolpire e una roulotte che, nel tempo, è diventata una casa, un rifugio per pensare e sognare. Parte con il marito che porta via la sua cartella di raffinati disegni, lasciandone qualcuno nel paese come pegno d'amicizia, porta via un quadernetto di appunti e schizzi, un prezioso libretto d'interpretazione del mondo. Parte con la sua bambina bionda, che cresce libera di testa e di cuore, tra materiali che prendono forma e strane creature che escono magicamente dalla punta di una penna, che vive l'alchimia dell'arte, la sapienza di una vita essenziale, il nomadismo necessario per apprendere. Parte e il paese saluta e si commuove.
La ragazza burattinaia vive la prima febbre del suo bambino e si chiude in casa per curarlo, mette in scena tutte le sue arti per farlo sorridere, aspetta con pazienza. La febbre passerà e il bimbo sarà più alto, dicono le donne anziane.
Chi parte e chi arriva, l'atelier accoglie due nuovi artisti, di nuovo una coppia perchè l'arte è una passione che a volte si somma ad altra passione. Un'altra ragazza dell'Accademia, più giovane, una ragazza piccola e minuta, una ragazza che accarezza i muri, li guarda, allunga la mano, ne sente le crepe, la materia, le rughe, l'età e la sofferenza. Poi fa un quadro che è la sintesi, il ritratto dell' energia che ha sentito accarezzando il muro. Una ragazza che, la sera, canta il blues.
Le ragazze dell'Accademia hanno avuto una giornata movimentata, c'era da allestire la mostra e da preparare tutto perchè la ragazza scultore parte, ritorna al mare da dove è venuta, dove c'è un campo con alberi da frutto, lo spazio per scolpire e una roulotte che, nel tempo, è diventata una casa, un rifugio per pensare e sognare. Parte con il marito che porta via la sua cartella di raffinati disegni, lasciandone qualcuno nel paese come pegno d'amicizia, porta via un quadernetto di appunti e schizzi, un prezioso libretto d'interpretazione del mondo. Parte con la sua bambina bionda, che cresce libera di testa e di cuore, tra materiali che prendono forma e strane creature che escono magicamente dalla punta di una penna, che vive l'alchimia dell'arte, la sapienza di una vita essenziale, il nomadismo necessario per apprendere. Parte e il paese saluta e si commuove.
La ragazza burattinaia vive la prima febbre del suo bambino e si chiude in casa per curarlo, mette in scena tutte le sue arti per farlo sorridere, aspetta con pazienza. La febbre passerà e il bimbo sarà più alto, dicono le donne anziane.
Chi parte e chi arriva, l'atelier accoglie due nuovi artisti, di nuovo una coppia perchè l'arte è una passione che a volte si somma ad altra passione. Un'altra ragazza dell'Accademia, più giovane, una ragazza piccola e minuta, una ragazza che accarezza i muri, li guarda, allunga la mano, ne sente le crepe, la materia, le rughe, l'età e la sofferenza. Poi fa un quadro che è la sintesi, il ritratto dell' energia che ha sentito accarezzando il muro. Una ragazza che, la sera, canta il blues.
giovedì 16 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 15
Quindici agosto. Sera di Ferragosto, ultima rappresentazione della Tosse, il Gran Bazar andrà via, gli abitanti del paese riprenderanno la loro piazza, cominceranno a commentare il numero di visitatori, il numero di auto arrivate, il numero di panini venduti, l' attore più bravo, la scenografia che è meglio di tutte le altre ma, forse, quella di dieci anni fa era meglio. Il teatro viene da ventitré anni, ormai fa parte della storia del paese. Appena sarà partito il paese dirà bello, ma che fatica, bravi, meritano il successo, bello ma all'inizio era meglio, bello, quest'anno è stato lo spettacolo migliore di tutti. Si comincia subito ad aspettarlo.
Ferragosto, caldo pomeridiano. Una delle ragazze dell'Accademia, la ragazza scultore, è quasi in partenza, gira per il paese a depositare i suoi ultimi segni, lascia tracce, annoda fili per quando tornerà. Pochi tagli su pietre di fiume per evocare un tempo arcaico, un mosaico di ceramica che, d'improvviso, svela il cuore di una casa, talismani con occhi aperti e facce di luna in regalo alle donne incontrate, porte aperte, un abito da sera anni Settanta, ereditato dalla madre, e una bottiglia per raccontare ancora qualche storia, e occhi lucidi per la storia, se dentro c'è la vita, e per i saluti imminenti.
La ragazza scultore ride pensando di aver abitato con un fantasma, la casa è grande, ha cambiato stanza e ha lasciato il fantasma tranquillo dove voleva stare, c'è posto per tutti, non si può pensare di evocare un tempo arcaico su una pietra di fiume senza credere agli spiriti che si aggirano fra di noi.
Ferragosto, caldo pomeridiano. Una delle ragazze dell'Accademia, la ragazza scultore, è quasi in partenza, gira per il paese a depositare i suoi ultimi segni, lascia tracce, annoda fili per quando tornerà. Pochi tagli su pietre di fiume per evocare un tempo arcaico, un mosaico di ceramica che, d'improvviso, svela il cuore di una casa, talismani con occhi aperti e facce di luna in regalo alle donne incontrate, porte aperte, un abito da sera anni Settanta, ereditato dalla madre, e una bottiglia per raccontare ancora qualche storia, e occhi lucidi per la storia, se dentro c'è la vita, e per i saluti imminenti.
La ragazza scultore ride pensando di aver abitato con un fantasma, la casa è grande, ha cambiato stanza e ha lasciato il fantasma tranquillo dove voleva stare, c'è posto per tutti, non si può pensare di evocare un tempo arcaico su una pietra di fiume senza credere agli spiriti che si aggirano fra di noi.
mercoledì 15 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 14
Quattordici agosto. Sono in ritardo! Sono in ritardo! Diceva correndo affannato il coniglio bianco di Alice nel paese delle meraviglie. Puntigliosamente mi sono prefissa un post al giorno per questo mese d'agosto, a volte scrivo già dopo la mezzanotte, a volte in ritardo di un giorno, a volte un post che vale per due giorni come i numeri doppi estivi dei periodici, forse non si pubblicano più i numeri che valgono due mesi o tre, non lo so, non ci faccio più caso. Più di vent'anni fa anch'io avevo messo su un periodico, un giornale di informazione e critica d'arte, un'avventura bellissima, di estate facevo un numero unico, era un modo per risparmiare, visto che i collaboratori andavano in vacanza e il giornale si vendeva meglio d'inverno con le gallerie d'arte aperte, la stagione dei teatri e dei cineclub.
Correre affannati per le vie di Apricale non si può, ci vuole il passo lento da alpinista, e poi perchè correre? In piazza prima o poi ci si incontra tutti, io sono qui per riposarmi e scrivere. Andamento lento.
Quattordici agosto: ho visto lo spettacolo della Tosse. Mille persone divise in gruppi da cento che si fermano ad ascoltare Sherazade, il Burattinaio, il Poeta, il Fachiro e tanti altri personaggi del Bazar, che si lasciano incantare dai racconti del Gran Visir. Il paese diventa lo spazio della fantasia, diventa il paese delle meraviglie.
Il personaggio del poeta siriano nella cisterna del Castello, nell'interpretazione forte di Aldo Ottobrino mi ha commosso. Per varie ragioni, anche perchè troppo a lungo abbiamo pensato alla Siria come un luogo molto lontano.
Correre affannati per le vie di Apricale non si può, ci vuole il passo lento da alpinista, e poi perchè correre? In piazza prima o poi ci si incontra tutti, io sono qui per riposarmi e scrivere. Andamento lento.
Quattordici agosto: ho visto lo spettacolo della Tosse. Mille persone divise in gruppi da cento che si fermano ad ascoltare Sherazade, il Burattinaio, il Poeta, il Fachiro e tanti altri personaggi del Bazar, che si lasciano incantare dai racconti del Gran Visir. Il paese diventa lo spazio della fantasia, diventa il paese delle meraviglie.
Il personaggio del poeta siriano nella cisterna del Castello, nell'interpretazione forte di Aldo Ottobrino mi ha commosso. Per varie ragioni, anche perchè troppo a lungo abbiamo pensato alla Siria come un luogo molto lontano.
lunedì 13 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 12 & 13
Dodici e tredici agosto. Vediamo quando riuscirò a recuperare questo ritardo. Ieri due amici di Glasgow mostrandomi le fotografie di un loro lungo viaggio in Etiopia mi hanno raccontato che c'è un solo treno che collega Addis Abeba e Gibuti, costruito dagli italiani al tempo della colonizzazione, e che funziona malissimo. Ridevano, humour scozzese.
Da ieri nuova location: Apricale, abbarbicato su una collina nella Val Nervia, non si vede il mare ma se ne sente l'aria che si infiltra tra gli olivi, dentro il paese si scende o si sale, ci si ferma in piazza dove si vive la gran parte della giornata, ci si incontra, si chiacchiera, dove i bambini giocano e la sera c'è il Teatro della Tosse. Da quest'anno c'è anche l'Atelier A, una residenza per artisti dove si avvicendano disegnatori, scultori, fotografi, ceramisti. Tanti di loro sono stati miei allievi. Ieri nel vicolo, davanti alla porta dell'Atelier c'erano tre donne con i loro bambini, tre artiste con le loro opere d'arte. Lo dico al di fuori della retorica e se vi sembra retorico pazienza, per questa volta mi scuserete. Mi facevano tenerezza ed ero anche un po' orgogliosa, anche se non ho nessun merito, ho insegnato loro un po' di Storia dell'Arte, a suo tempo, e spero con la storia dell' arte di aver trasmesso anche qualche idea però, avvertendo i miei sentimenti, mi è venuta in mente una frase che ripete spesso mio marito, insegnante anche lui, quando incontriamo ex allievi con i loro figli piccoli: " Quando gli studenti si riproducono i professori diventano un po' nonni".
Mi ha scritto un'amica che mi ha raccontato un sogno in cui c'ero io che ero appena tornata da un paese africano e volevo tornarci presto. Un bel sogno. Circa un anno fa ero in Etiopia, ieri ho parlato dell'Etiopia con i miei vicini scozzesi, penso spesso all'Etiopia, vorrei tornarci presto ma questa mia amica non lo sapeva, non mi conosce così bene perciò il sogno mi è piaciuto molto.
Apricale è un paese di pietra, è un paese che pretende lentezza e pazienza, che offre silenzio.
Da ieri nuova location: Apricale, abbarbicato su una collina nella Val Nervia, non si vede il mare ma se ne sente l'aria che si infiltra tra gli olivi, dentro il paese si scende o si sale, ci si ferma in piazza dove si vive la gran parte della giornata, ci si incontra, si chiacchiera, dove i bambini giocano e la sera c'è il Teatro della Tosse. Da quest'anno c'è anche l'Atelier A, una residenza per artisti dove si avvicendano disegnatori, scultori, fotografi, ceramisti. Tanti di loro sono stati miei allievi. Ieri nel vicolo, davanti alla porta dell'Atelier c'erano tre donne con i loro bambini, tre artiste con le loro opere d'arte. Lo dico al di fuori della retorica e se vi sembra retorico pazienza, per questa volta mi scuserete. Mi facevano tenerezza ed ero anche un po' orgogliosa, anche se non ho nessun merito, ho insegnato loro un po' di Storia dell'Arte, a suo tempo, e spero con la storia dell' arte di aver trasmesso anche qualche idea però, avvertendo i miei sentimenti, mi è venuta in mente una frase che ripete spesso mio marito, insegnante anche lui, quando incontriamo ex allievi con i loro figli piccoli: " Quando gli studenti si riproducono i professori diventano un po' nonni".
Mi ha scritto un'amica che mi ha raccontato un sogno in cui c'ero io che ero appena tornata da un paese africano e volevo tornarci presto. Un bel sogno. Circa un anno fa ero in Etiopia, ieri ho parlato dell'Etiopia con i miei vicini scozzesi, penso spesso all'Etiopia, vorrei tornarci presto ma questa mia amica non lo sapeva, non mi conosce così bene perciò il sogno mi è piaciuto molto.
Apricale è un paese di pietra, è un paese che pretende lentezza e pazienza, che offre silenzio.
sabato 11 agosto 2012
DIARIO D'AGOSTO 10 &11
Dieci e undici agosto. Ormai accumulo ritardo, questo diario sta diventando come un treno italiano.
Ieri di notevole c'è stato il compleanno di mia figlia, la più piccola. Diciotto, è maggiorenne anche lei.
Festa in casa con band del suo fidanzato. Sveglia alle sei per cucinare e allestire. Mi sono alzata, mi sono mossa in silenzio, il cane e il gatto che di solito vengono a svegliarmi, mi sono venuti incontro con lo stupore sui musi, ma lo sai che ore sono? sembrava proprio me lo chiedessero. Il cane, quando ha capito che mi stavo preparando il caffè e la giornata stava cominciando non si è più interrogato sulla straordinarietà dell'orario e ha cominciato la solita danza del cibo. Erano le sei? Tanto meglio, avrebbe mangiato prima. Invece il gatto ha fatto una smorfia davanti alla sua scodella piena a quell'ora insolita, è uscito ed è tornato alle sette per mangiare.
La sera davanti alla tavola imbandita con i piatti che avevo cucinato, ne consideravo il carattere multiculturale: sangria spagnola, riso ebraico, hummus palestinese, insalata greca, pizza italiana. Tutti paesi con una crisi, più o meno grande.
Una torta soffice, semplice e tradizionale, di una pasticceria genovese, la preferita della festeggiata.
Il numero diciotto ricamato con il cioccolato su una superficie di pasta di mandorle.
Ora che avete tutti 18 anni, ho detto stamattina, posso fare quello che voglio.
Un'amica più anziana di me, madre di tre figli ormai molto grandi, una volta mi ha detto: quando ho realizzato che i miei figli se la sarebbero comunque cavata senza di me, mi sono sentita libera e più forte.
Di notevole ieri c'era il sorriso felice di mia figlia, che a un certo punto della giornata è sparita ed è ricomparsa con un mazzo di fiori per ringraziarmi della festa che le stavo preparando.
Di notevole oggi ci sono le riflessioni sul mio futuro di madre di figli maggiorenni.
Ieri di notevole c'è stato il compleanno di mia figlia, la più piccola. Diciotto, è maggiorenne anche lei.
Festa in casa con band del suo fidanzato. Sveglia alle sei per cucinare e allestire. Mi sono alzata, mi sono mossa in silenzio, il cane e il gatto che di solito vengono a svegliarmi, mi sono venuti incontro con lo stupore sui musi, ma lo sai che ore sono? sembrava proprio me lo chiedessero. Il cane, quando ha capito che mi stavo preparando il caffè e la giornata stava cominciando non si è più interrogato sulla straordinarietà dell'orario e ha cominciato la solita danza del cibo. Erano le sei? Tanto meglio, avrebbe mangiato prima. Invece il gatto ha fatto una smorfia davanti alla sua scodella piena a quell'ora insolita, è uscito ed è tornato alle sette per mangiare.
La sera davanti alla tavola imbandita con i piatti che avevo cucinato, ne consideravo il carattere multiculturale: sangria spagnola, riso ebraico, hummus palestinese, insalata greca, pizza italiana. Tutti paesi con una crisi, più o meno grande.
Una torta soffice, semplice e tradizionale, di una pasticceria genovese, la preferita della festeggiata.
Il numero diciotto ricamato con il cioccolato su una superficie di pasta di mandorle.
Ora che avete tutti 18 anni, ho detto stamattina, posso fare quello che voglio.
Un'amica più anziana di me, madre di tre figli ormai molto grandi, una volta mi ha detto: quando ho realizzato che i miei figli se la sarebbero comunque cavata senza di me, mi sono sentita libera e più forte.
Di notevole ieri c'era il sorriso felice di mia figlia, che a un certo punto della giornata è sparita ed è ricomparsa con un mazzo di fiori per ringraziarmi della festa che le stavo preparando.
Di notevole oggi ci sono le riflessioni sul mio futuro di madre di figli maggiorenni.
Iscriviti a:
Post (Atom)












